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Concorso pubblico o partita IVA: i conti che nessuno ti fa fare prima di scegliere

Anni di studio per un concorso o aprire partita IVA? Facciamo i conti reali per aiutarti a decidere con i numeri, non con le opinioni del bar.

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mar 30, 20266 min di lettura
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In Italia ci sono due frasi che senti ripetere a ogni cena di famiglia. La prima: "Perché non fai un concorso?" La seconda: "Apri la partita IVA, lavori per te." Chi te le dice di solito non ha mai fatto né l'una né l'altra cosa. Ma l'opinione è gratis, e in Italia se ne distribuisce in abbondanza.

Il problema è che entrambe le strade hanno costi e benefici reali che nessuno si prende la briga di calcolare. Quindi facciamolo noi. Con i numeri veri, non con le sensazioni.

Cosa significa preparare un concorso in Italia nel 2026

Preparare un concorso pubblico in Italia non è come preparare un esame universitario. È un investimento di tempo, denaro e stabilità emotiva che può durare anni. E la maggior parte delle persone che inizia non ha idea di quanto costi davvero.

I tempi. Per un concorso di categoria C (diplomati), la preparazione media va dai 6 ai 18 mesi. Per la categoria B (diplomati con esperienza), simile. Per le categorie A e D (laureati), si parla di 1 o 3 anni. Per concorsi specifici come magistratura, notariato o dirigenza pubblica, i tempi salgono a 3 o 5 anni.

Il costo della preparazione. Un corso di preparazione costa tra 500 e 3.000 euro, a seconda del concorso e della durata. I manuali e i testi normativi costano tra 100 e 500 euro. Le tasse di partecipazione (dove previste) vanno da 10 a 50 euro. Ma il costo vero è il costo opportunità: lo stipendio che non guadagni mentre studi.

I numeri. I concorsi pubblici italiani hanno tassi di ammissione che fanno paura. Il concorso per 2.004 funzionari dell'Agenzia delle Entrate del 2022 ha avuto oltre 300.000 candidati. Tasso di successo: 0,67%. Anche concorsi "più piccoli" raramente superano il 5 o il 10% di ammessi.

Il PNRR e le assunzioni. Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ha portato una fase di assunzioni straordinarie nella PA. Tra il 2021 e il 2025, decine di migliaia di posti sono stati banditi. Ma molti di questi sono contratti a tempo determinato, legati ai progetti PNRR, non posti fissi a tempo indeterminato. Attenzione alla differenza.

Cosa significa aprire partita IVA in Italia

Aprire la partita IVA è gratuito (o quasi). Mantenerla è un'altra storia.

Il regime forfettario. Se fatturi meno di 85.000 euro l'anno (soglia 2026), puoi aderire al regime forfettario. Questo semplifica tutto: paghi un'imposta sostitutiva del 15% (o del 5% nei primi cinque anni) sul reddito imponibile, calcolato applicando un coefficiente di redditività al tuo fatturato. Per i professionisti, il coefficiente è 78%. Quindi su 40.000 euro di fatturato, il tuo reddito imponibile è 31.200 euro.

I contributi INPS. Qui è dove fa male. Se sei iscritto alla Gestione Separata INPS (la maggior parte dei professionisti senza cassa), paghi il 26,07% sul reddito imponibile. Su un reddito imponibile di 31.200 euro, sono circa 8.130 euro di contributi. Ogni anno.

Il totale. Su 40.000 euro di fatturato in regime forfettario (primi cinque anni): imposta sostitutiva 5% su 31.200 = 1.560 euro. Contributi INPS: 8.130 euro. Totale tasse e contributi: 9.690 euro. Ti restano circa 30.310 euro. Ma da questi devi togliere le spese professionali (che nel forfettario non puoi dedurre effettivamente): computer, software, telefono, trasporti, coworking. Stima conservativa: 3.000 o 5.000 euro l'anno. Reddito netto reale: tra 25.000 e 27.000 euro.

E dopo i primi cinque anni? L'aliquota sale al 15%. Su 31.200 euro imponibili: 4.680 euro di imposta + 8.130 di INPS = 12.810 euro. Su 40.000 di fatturato, ti restano 27.190 prima delle spese. Netto reale: 22.000 o 24.000 euro.

I conti che nessuno ti mette davanti

Confrontiamo due persone: 28 anni, laureate, che vivono a Roma.

Giulia sceglie il concorso

Prepara un concorso di categoria D per due anni. Spende 1.500 euro in corsi e libri. Non lavora durante la preparazione (i genitori la supportano). Vince al primo tentativo, il che è già ottimistico. A 30 anni inizia a lavorare come funzionaria con uno stipendio netto di circa 1.550 euro al mese (19.000 euro netti annui circa), con tredicesima e quattordicesima.

A 35 anni, con gli scatti di anzianità, guadagna circa 1.700 euro netti al mese (22.000 annui). Ha un posto a tempo indeterminato, orario 36 ore settimanali, ferie pagate, malattia pagata, TFR, contributi previdenziali versati.

Marco apre partita IVA come consulente

A 28 anni apre la partita IVA. Il primo anno fattura 20.000 euro (anno di avvio). Il secondo anno: 35.000. Dal terzo anno si stabilizza a 45.000. Netto reale dopo tasse e spese: circa 28.000 euro il terzo anno.

A 35 anni, Marco fattura 55.000 euro. Netto reale: circa 32.000 euro. Ma non ha ferie pagate, non ha malattia, non ha TFR, e i suoi contributi INPS alla Gestione Separata gli daranno una pensione significativamente più bassa di quella di Giulia.

Chi sta meglio?

A 35 anni, Marco guadagna di più in termini netti immediati. Ma Giulia ha una stabilità che Marco non avrà mai: un posto garantito, una pensione dignitosa, la possibilità di ottenere un mutuo senza difficoltà. Marco guadagna di più ma vive nell'incertezza: se si ammala per tre mesi, guadagna zero. Se perde un cliente importante, il suo fatturato crolla.

Il divario Nord e Sud

Parliamo dell'elefante nella stanza. Il mercato del lavoro italiano non è un mercato unico. È almeno due mercati molto diversi.

Al Nord (Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Piemonte), il tasso di disoccupazione è intorno al 5 o 6%. Le opportunità nel settore privato sono reali. La partita IVA ha un mercato di clienti solvibili. I concorsi pubblici sono un'opzione, non una necessità.

Al Sud (Campania, Calabria, Sicilia, Puglia), il tasso di disoccupazione giovanile supera il 30% in alcune aree. Il settore privato è più debole, con salari mediamente più bassi e contratti più precari. Il concorso pubblico diventa non una scelta di carriera ma una strategia di sopravvivenza economica. Ed è per questo che la competizione ai concorsi è feroce: per molti giovani del Sud, è l'unica strada verso un reddito stabile.

Questa realtà va riconosciuta. Dare consigli di carriera "universali" in Italia senza considerare il divario territoriale è come consigliare l'ombrello a chi vive nel Sahara e a chi vive a Bergen con lo stesso tono.

Cosa guardare prima di decidere

Se stai pensando al concorso: Calcola il costo reale della preparazione, incluso il mancato guadagno. Scegli concorsi con tassi di successo ragionevoli (sopra il 3 o 5%). Verifica se il posto è a tempo indeterminato o determinato (PNRR). Preparati alla possibilità di non passare al primo tentativo: statisticamente, è probabile.

Se stai pensando alla partita IVA: Fai un business plan onesto. Hai clienti potenziali? Hai risparmi per i primi 6 o 12 mesi senza reddito? Conosci le tue aliquote INPS? Hai messo in conto che non avrai ferie pagate, malattia, o TFR? Se la risposta a tutte queste domande è sì, allora puoi iniziare.

Se non sai cosa fare: Non c'è fretta. Ma non restare fermo. Cerca un impiego (anche a tempo determinato) che ti dia un reddito mentre valuti le opzioni. Il peggior scenario è restare paralizzato dalla scelta e non fare niente per due anni mentre "ci pensi".

La decisione tra pubblico e privato, tra concorso e partita IVA, non ha una risposta giusta universale. Dipende da dove vivi, da cosa sai fare, da quanto rischio sei disposto a sopportare, e da cosa vuoi dalla tua vita professionale. L'importante è che la decisione sia tua, informata e consapevole. Non quella del parente che "ne sa qualcosa".

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